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Momenti di Comunicazione - seconda uscita - novembre 2010
Momenti di Comunicazione - prima uscita - settembre 2010
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Momenti di Comunicazione - seconda uscita - novembre 2010
Momenti di Comunicazione - prima uscita - settembre 2010
Prendiamo spunto dall’ultima interessante ricerca Ferpi per riflettere sul ruolo delle donne nel mondo del lavoro.
Donne e lavoro: un’accoppiata che ancora fatica a decollare nonostante tutti i provvedimenti e gli sforzi legislativi fatti in Italia e a livello europeo. Stando infatti alle ultime statistiche Ocse, in Italia lavora solo il 46.4% delle donne, che tradotto vuol dire meno di una su due. Dato su cui riflettere se si pensa che in Norvegia l’ occupazione femminile sfiora l’80% e noi siamo superati in negativo solo dalla Tuchia, con il 24% delle donne impiegate. Eppure, in un quadro generale tutt’ altro che incoraggiante – aggravato pure dalla crisi economica in corso – spunta la speranza di un futuro più “roseo”.A guidare la classifica delle professioni “rosa” ci sono le donne esperte di relazioni pubbliche secondo quanto rileva Ferpi, la Federazione Italiana Relazioni Pubbliche che conta a quarant’anni dalla sua nascita ben il 57,4% di presenze rosa. Nel 1970 erano appena il 15%. Il dato, emerso da un sondaggio condotto presso altri ordini e associazioni, è stato discusso nel corso del convegno “La professione si è tinta di rosa” lo scorso 19 ottobre a Milano. Consistente anche il numero di avvocatesse che tuttavia si fermano al 45,4% (dati 2007) e quello di medici chirurghi e odontoiatri al 36,7%. Numerose pure le donne architetto (39,1%), commercialiste (30,3%) e notaie (28,1%). Fanalino di coda invece le ingegnere al 10,8%.Interessante scoprire poi che le giornaliste professioniste sono il 30,9% (dati 2006), le pubblicitarie professioniste (TP-Associazione italiana pubblicitari professionisti) il 32%, mentre la presenza femminile nel marketing è del 30% (AISM- Associazione italiana marketing).Gherarda Guastalla Lucchini, socio fondatore Ferpi e presidente G&G Relazioni pubbliche spiega così la ragione del primato: “Nella nostra professione succede spesso che le donne non hanno magari posti di comando all’interno delle aziende, ma scelgono di mettersi in proprio e di entrare in associazione, più degli uomini, per crescere tramite lo scambio di idee”.Delicato tema quello delle Pari Opportunità che investe più aspetti: si va dal dover garantire alle donne un posto di lavoro senza che siano condizionate dalla necessità di dover conciliare lavoro e famiglia, al diritto di poter vivere gravidanza e maternità come normali fasi della vita e non come ostacolo alla propria vita professionale, passando per la possibilità di concorrere ad armi pari vedendosi riconosciute le stesse retribuzioni a parità di competenze. Persiste invece il diffuso malcostume di pagare molto meno le donne, a parità di qualifica, rispetto ai loro colleghi uomini. Eppure in Italia il 60% dei laureati è donna e solo il 40% uomo. L’Italia batte addirittura Regno Unito e Stati Uniti.Discorso a parte riguarda pure quello che da sempre chiamano il “tetto di cristallo”: un modo elegante per dire che le donne arrivano, nella loro carriera lavorativa, in un punto praticamente invisibile (di cristallo appunto) oltre al quale non riescono ad andare. Il cristallo è trasparente, sembra quasi che non ci sia, sin quando non ci sbatti contro e capisci che è invalicabile. Quella sottile, ma robustissima pellicola, ancora oggi divide le donne dai cosiddetti posti di comando, come a dire “guardate, ma non toccate”. A conferma di questo, basti ricordare che le donne sono poco presenti nelle posizioni apicali delle imprese: il 23,3% nel top management delle aziende pubbliche e private (10% se restringiamo l’attenzione alle private) e solo il 6% nei Cda delle società quotate. © Francesca Ceci
A Potenza, il Salone per far incontrare le aziende, le associazioni di categoria, gli enti e i professionisti del Sud Italia
La terza edizione di BtoBe, il Salone dedicato al business to business, si svolgerà a Potenza sabato 20 e domenica 21 novembre presso il Centro Congressi Park Hotel. Il tema di quest’anno è Sfide d’impresa: una provocazione, uno slancio di ottimismo verso il futuro alla ricerca di best practices nel mondo dell’imprenditoria e di strategie e soluzioni concrete che il mercato può offrire per uno sviluppo reale che coinvolga soprattutto i giovani e quanti rischiano e investono al Sud. Gli argomenti scelti per la terza edizione rappresentano la prosecuzione di un percorso iniziato lo scorso anno finalizzato alla ricerca di soluzioni innovative per il superamento della crisi finanziaria ed economica scoppiata nell’autunno del 2008. A BtoBe 2010 si parlerà di rapporti con la Pubblica Amministrazione, ovvero di quanto la semplificazione burocratica e una comunicazione chiara e diretta influiscono sulle performance aziendali; si approfondiranno le dinamiche legate all’innovazione e alla creazione d’impresa alla presenza di potenziali investitori e business angel; si individueranno percorsi di internazionalizzazione con il supporto delle Camere di Commercio Italo Estere; si elaboreranno nuovi modelli di organizzazione e gestione del personale per una nuova classe manageriale; si analizzeranno le nuove possibilità offerte dal Web. Workshop, momenti di networking, dibattiti e speech, richiameranno l’attenzione sui temi legati al mondo dell’impresa con un approccio multidisciplinare che anticipi l’imprenditorialità di domani. “Comunicazione digitale per l’impresa” è uno dei workshop in programma al Salone durante il quale ci si interrogherà su come sia possibile sfruttare al meglio il nuovo web per parlare ai consumatori. Quali sono i modi più corretti per comunicare all’esterno, ma anche all’interno di un’azienda? I mezzi di diffusione delle notizie sono divenuti più importanti del contenuto? Ovvero lo integrano e ne modificano la sostanza? Quali significati può assumere lo stesso testo se viene veicolato attraverso un blog o un sito o un social network? Quanto è importante imparare a comunicare correttamente sul Web? Affinché le nuove possibilità offerte dalla comunicazione digitale siano correttamente impiegate per le loro reali potenzialità, è necessario offrire alle aziende gli strumenti per comprenderle a fondo. La crescita esponenziale, e soprattutto incessante, delle nuove opportunità offerte dalla rete obbliga le imprese a intraprendere un percorso formativo continuo e trasversale a tutti i livelli poiché prima di usare uno strumento del Nuovo Web bisogna conoscerlo ma prima di conoscerlo bisogna capirlo. Se ne parlerà con Marco Camisani Calzolari, CEO e Founder di Speakage e docente di Comunicazione aziendale e linguaggi digitali presso l’Università IULM di Milano, Claudio Vaccaro, Web, Mobile e Social Media Marketing di libero.it, Mariagrazia Mattei, fondatrice della MGM Digital Communication, studio di ricerca e diffusione della cultura digitale, Francesco Deramo, delegato FERPI Puglia e Basilicata e docente di Comunicazione aziendale presso l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari e con Roberto Portanova, direttore di Spazio RP. A BtoBe 2010 saranno organizzate attività di team building dedicate alle aziende che vogliono rafforzare i rapporti interni al gruppo, saranno presenti sportelli consulenziali aperti a chi sta realizzando la sua sfida d’impresa, si disegnerà un vero e proprio ring su cui far dialogare le ragioni dell’impresa con quelle dei sindacati, delle banche e del fisco: occasioni che non esauriscono le possibilità di confronto offerte dal Salone nella due giorni dedicata a chi vuole guardare oltre le difficoltà economiche attuali. Domenica 21 novembre BtoBe 2010 ospiterà la seconda tappa nel Sud Italia del Barcamp Europa, rete internazionale di non-conferenze aperte, i cui contenuti sono proposti dai partecipanti stessi. In questa occasione ci si interrogherà sul rapporto tra l’Europa e le imprese del Sud Italia. C’è chi da anni ricerca nel passato le radici dell’arretratezza del Mezzogiorno. Chi, invece, ne prospetta un futuro disastroso a partire da quando si chiuderanno i rubinetti del Fondo Sociale Europeo. Oggi può il Sud Italia rivendicare il privilegio dato dalla sua posizione geografica e proporsi come punto di congiunzione tra Asia, Africa e Europa? L’innovazione tecnologica, la formazione professionale, l’internazionalizzazione, la responsabilità sociale d’impresa, il ruolo delle PMI, i rapporti con la Pubblica Amministrazione: cosa significa interrogarsi su questi temi in quello che si candida a diventare un luogo di incontro delle culture mediterranee? Cosa sta facendo e cos’altro potrebbe fare l’Unione Europea per promuovere la competitività e la creazione di occupazione nelle imprese europee? La mobilità dei giovani attraverso i programmi Erasmus e Leonardo può contribuire a restituire all’Europa il ruolo di culla della formazione?“La sfida imprenditoriale del futuro si giocherà col confronto, nel rapporto chiaro ed equilibrato tra impresa e impresa, tra impresa e lavoratori, tra impresa ed enti, tra impresa e società e tra impresa e ambiente” spiega Michele Franzese presidente di BtoBe, cha aggiunge “il Salone vuole essere l’occasione per dimostrare che la costruzione delle relazioni è la chiave per affrontare in maniera vincente il mercato”. Attraverso un fitta agenda di incontri one-to-one, il primo e unico Salone degli imprenditori organizzato in Basilicata coinvolgerà le imprese e le realtà che hanno dimostrato di saper guardare al mondo con la curiosità necessaria a sviluppare un nuovo modello economico. All’interno del salone sarà allestita la mostra “Piccoli ma belli”, un’antologia delle campagne pubblicitarie che non fanno clamore ma fanno vendere: Btobe infatti ha chiamato all’appello l’advertising dei piccoli budget per selezionare i lavori migliori delle piccole e medie agenzie italiane. La mostra sarà un’occasione per “fare pubblicità alle proprie pubblicità” per tutte le agenzie, gli studi grafici e i professionisti della comunicazione visiva che credono nella forza dei loro progetti mai veicolati sui media nazionali. BtoBe è un’idea dell’agenzia SCAi Comunicazione di Potenza che ha immaginato un luogo fisico dove far incontrare le imprese. Se nella prima edizione il Salone aveva un taglio prettamente espositivo, a partire dal 2009 i workshop e i dibattiti hanno avuto sempre maggiore spazio per arrivare quest’anno a concepire un evento che ha nel matching e nell’incontro il suo valore aggiunto. Diventato punto di riferimento per tutto il Sud, BtoBe nasce in Basilicata: tradizionalmente indicata come una delle regioni meno sviluppate d’Italia, secondo gli ultimi dati riportati nel “Rapporto Svimez 2010 sull’economia del Mezzogiorno”, in realtà presenta degli standard superiori alla media che mostrano un fermento economico da non sottovalutare.Negli anni precedenti BtoBe ha ospitato complessivamente quasi 10.000 visitatori, 180 espositori e 100 relatori provenienti da tutta Italia. Quest’anno numerose aziende, enti ed associazioni di categoria hanno già confermato la loro presenza al Salone: grandi e piccole realtà che potranno confrontarsi con interlocutori nazionali ed internazionali alla ricerca di una propria dimensione all’interno di uno scenario economico estremamente interconnesso. Ufficio Stampa Salone BtoBeMarika Iannuzziello – 320 9708228Simona Simone – 333 9431857ufficiostampabtobe@gmail.com
Esiste un adagio che recita: “alla fine di una guerra le bugie dello sconfitto vengonosmascherate, quelle del vincitore diventano storia”. Probabilmente è quello che è avvenuto al Sud dopo la fase dell’unificazione che l’anno prossimo verrà celebrataper la ricorrenza dei suoi 150 anni. Secondo non pochi storici si tratta della più grande attività di comunicazione mai pianificata sul nostro suolo. Un articolato processo di distorsione della realtà dei fatti, censura di opinioni, costruzione di un’immagine condivisa che dura ormai da un secolo e mezzo.Cerchiamo di ricostruire mandanti e strumenti di questa campagna propagandisticacon Pino Aprile, grande firma del giornalismo italiano che ha da poco dato alle stampe
“Terroni”, un volume che è già un caso storico e letterario.
D. Leggendo il suo libro ci si accorge che la realtà documentata dei fatti dell’Unità d’Italia è tutt’altro copione rispetto a quanto abbiamo letto e studiato a scuola. Noi professionisti della comunicazione siamo abbastanza smaliziati per capire che un’immagine di una fase storica può essere anche “creata” ad arte con gli strumenti della propaganda per trasmettere alle future generazioni idee che facilitino processi di integrazione, aiutando a superare gli attriti che naturalmente seguono a quella che, grazie a libri come il suo, riconosciamo come una vera e propria guerra. Ma per comprendere meglio le strategie e gli strumenti utilizzati per questo scopo ci interessa il punto di vista di un professionista che di media e di comunicazione la sa lunga e che si è potuto formare un’idea chiara durante le sue ricerche per la stesura del libro.Partiamo dall’inizio: è dunque vero che la storiografia ufficiale sulla situazione del Meridione di 150 anni fa, sulle vicende storico-politiche avvenute durante l’Unità, sull’incapacità del Mezzogiorno di dar vita ad un’economia competitiva nonostante un continuo e consistente sostegno dello Stato centrale, nasconde quanto meno qualche forzatura? R. Ben più di qualche forzatura. L’invasione e l’annessione del Sud dovevano essere giustificate di fronte all’Europa, perché apparissero una sorta di soccorso, aiuto, risposta al “grido di dolore”. Si mossero i potenti del mondo di allora per preparare l’operazione. E l’economia competitiva, il Mezzogiorno ce l’aveva prima dell’Unità e se la vide distruggere. Dopo, venne impedito al Sud di diventare produttore di merci e concorrente del Nord. I soldi al Sud, il sostegno dello Stato centrale, erano e sono molto annunciati e poco forniti. Si preferisce dare assistenza, piuttosto che sviluppo o infrastrutture che potrebbero favorirlo. Così, lo tieni sottomesso e gli rimproveri l’inazione.D. A noi il fenomeno interessa soprattutto dal punto di vistadella comunicazione. Come è statopossibile imporre in tempi relativa-mente brevi all’opinione pubblica (anche a quella delle stesse regionimeridionali) un’idea così distante dalla realtà? chi ha pianificato questa impo-nente campagna di comunicazione? con quali fini? Ma soprattutto con quali strumenti di propaganda? R. I fuoriusciti raccolti a Torino, le descrizioni giornalistiche e no, prezzolate segretamente da agenti piemontesi sino a lord Gladstone, che (d’accordo con il cugino primo ministro britannico, lord Palmerstone) partorì le sue “lettere”, in cui descriveva il Regno delle Due Sicilie come la “negazione di dio”; si inventò descrizioni che disgustarono l’Europa. In seguito, ammise la grossolana manipolazione, ma, per dire della persistenza dei luoghi comuni e delle bugie ben costruite, ancora oggi quelle lettere vengono spacciate per veritiere in qualche università! I giornali che, compiuta l’invasione, criticavano il nuovo potere, venivano chiusi, le tipografie distrutte. D. Che ruolo hanno giocato gli opinion leader (intellettuali, storici, scuole, università, politici, ecc.)? è possibile individuare delle responsabilità nella classe dirigente politica ed economica del Sud in questi 150 anni? R. L’Italia, da intellettuali (non tutti), politici (non tutti) e classe dirigente in generale (non tutti) è stata trattata come una nazione infantile, immatura, incapace di sopportare la conoscenza e le responsabilità della sua storia. Così, le si sono raccontate favole sul Risorgimento, e poi su tutto, sino a Portella delle Ginestre, la strategia della tensione, gli anni di piombo… E infantili resteremo, finché da bambini ci faremo trattare. D. Ci sono stati in questo secolo e mezzo dei momenti di critica a questa visione dei fatti? dei momenti o dei filoni storiografici in cui è stata messa in dubbio? e come questi sono stati superati dal pensiero dominante? R. Ci sono stati sin dall’inizio, con il duca di Maddaloni (e non solo) in parlamento; la relazione del filosofo e deputato Giuseppe Ferrari, sulle stragi di Pontelandolfo e Casalduni; gli avvertimenti di Garibaldi, Bixio, D’Azeglio; i moniti e gli studi del primi meridionalisti; sino alle riscritture di Antonio Gramsci e Carlo Alianello su come erano andate davvero le cose. Il pensiero dominante, semplicemente, ha preferito ignorare, isolare, denigrare. D. Oggi lei affronta questo problema in un libro, “Terroni”. Ma perchè a 150 anni dagli accadimenti è così importante affermare un’analisi obiettiva dei fatti? e inoltre, basta uno o più libri a sostenere questo sforzo o è possibile/necessario utilizzare nuovi spazi di comunicazione e confronto offerti dai new media? R. “Terroni” non basterebbe mai da solo a sopportare questo sforzo. E non è solo, né il primo; è stato preceduto da tanti altri: fra i più recenti, quelli di Gigi Di Fiore, attivissimo e bravissimo, di Lorenzo Del Boca, che continua stupendamente la tradizione di famiglia, del patriarca Nicola Zitara, di Antonio Ciano, Fulvio Izzo, Lino Patruno, Enzo Gulì, Scalera, De Crescenzo, e tantissimi altri; per trascurare gli apporti di storici professionisti stranieri, come MacSmith, evidentemente più liberi o disinvolti nel raccontare i fatti nostri; o di economisti accademici e ottimi divulgatori, come Gianfranco Viesti, Piero Bevilacqua, Domenico Cersosimo… In più, la ricorrenza dei 150 anni dell’Unità ha indotto molti giornalisti, scrittori, registi, a guardare con inedita curiosità nel nostro passato. E il risultato si vede. Anche perché la scellerata politica antimeridionale e secessionista della Lega Nord, condita di insulti sempre peggiori (porci, topi, merdacce, cancro…) ha suscitato una reazione e maggior sensibilità fra i meridionali e non solo. Soprattutto, però, la presenza di uno strumento incontrollabile, come la rete, ha consentito una potenza e una libertà di divulgazione mai conosciuta prima».
Tag:Comunicazione, media, politica
Amanda Jane Succi, Segretario Generale Global Alliance, ci ha parlato della seconda edizione di MedCom 2010, il primo forum che mette a confronto i professionisti dei Paesi del Mare nostrum. Con il suo aiuto cerchiamo di capire cos’è e perchè è nato. E ai giovani che vogliano intraprendere questo mestiere ha regalato tanti preziosi consigli.
Nell’era del web 2.0 il Medcom è una sorta di gigantesco network che vuole mettere in comunicazione i professionisti delle relazioni pubbliche che fanno capo all’area Euro-Med. Dopo il successo della prima edizione, quali sono gli obiettivi di questa seconda edizione? Il tema di quest’anno è “Sistemi locali nell’area Euro-Med, competizione o cooperazione? Il ruolo delle relazioni pubbliche”. Iniziamo col dire che i sistemi locali sono un’ interconnessione tra tre mondi importanti: quello accademico, quello istituzionale e quello imprenditoriale. Un sistema locale esiste a prescindere dal fatto che funzioni o meno … i tre mondi esistono comunque ma, quando funzionano in modo corretto, automaticamente rappresentano anche un sistema di relazioni all’ interno del quale navigano e lavorano i professionisti delle relazioni pubbliche. Noi vogliamo capire come la professione del relatore pubblico si inserisce nell’ambito di un sistema locale, quindi in un sistema di relazioni più complesso. Nel titolo del tema abbiamo messo “competizione o cooperazione” con un punto di domanda perché un sistema locale è sempre in competizione con altri sistemi locali visto che devono attrarre interessi su se stessi tirandoli via da altri sistemi locali. È vero anche però che un sistema locale porta con se una stratificazione di best practices, di case studies, di know-how, di nuove tecniche e nuove tecnologie spesso afferenti a settori specifici (ci può essere un sistema locale incentrato sul turismo piuttosto che sull’ energia, piuttosto che sulla cultura). Allora ci chiediamo: le relazioni pubbliche che ruolo possono giocare nel creare delle interconnessioni tra sistemi locali affinché queste sinergie possano favorire uno sviluppo - spero veloce - dell’area Euro-Mediterranea? Ovviamente il primo passo è creare tra loro un network di professionisti per poi favorire insieme l’affermarsi di il network di sistemi locali forte, tale da aiutare la stessa Europa ad avere una voce più forte nel contesto globale. Quanto è sentita in Ferpi la necessità di rafforzare i legami tra le federazioni professionali dei Paesi del Mediterraneo? e quale sarà nei prossimi anni il ruolo della nostra Federazione nel raggiungere questo traguardo? Ferpi è stata presente sin dall’ inizio, ha patrocinato già l’ edizione dell’anno scorso. Ci sarà anche quest’anno. L’ anno scorso era presente anche il nostro Presidente, Gianluca Comin che ha compreso la particolarità del forum e cosa rappresenta a livello internazionale o quanto meno euro-mediterraneo. Indubbiamente la Ferpi gioca un ruolo importante per un fatto semplicissimo: viene fatto in Italia, quindi anche la Ferpi trae vantaggio dall’intreccio e dall’ interconnessione con le altre associazioni di categoria e di relazioni pubbliche nell’ area Euro Mediterranea. Nonostante esista una matrice comune chiamata “identità mediterranea”, sono ancora tante le differenze tra i Paesi lambiti dal mare nostrum. Quali sono gli ostacoli da superare nell’ottica di dar vita ad un progetto concreto che metta insieme e permetta la cooperazione tra i comunicatori dei diversi Paesi dell’area? Inoltre, quale può essere il ruolo della comunicazione nell’avvicinare le società e le economie di queste regioni?Lei tocca il punto centrale del motivo per il quale MedCom ha preso forma e adesso è diventato realtà. È vero, si cerca di parlare di identità mediterranea, ma è anche vero che il Mediterraneo è composto da diversissime identità che vanno tutte rispettate e non modificate perchè modificarle sarebbe un errore. L’identità mediterranea non è la somma delle singole identità ma probabilmente rappresenta la sinergia, il valore delle singole identità che si mischiano tra di loro, mutando l’identità stessa.Noi relatori pubblici esistiamo nell’ area Euro Med, ovvero ogni paese ha la sua associazioni di categoria delle relazioni pubbliche ed ogni anno ognuno organizza propri eventi ed incontri. E lo stesso fanno le Università. L’ obiettivo di MedCom, attraverso la creazione di questo network, è proprio quello di affermare una conoscenza innanzitutto tra noi relatori pubblici e di capire attraverso un dialogo interprofessionale come ognuno di noi lavora nel proprio Paese. Attraverso il dialogo io posso comprendere anche quali possono essere le diversità dei singoli Paesi. Se parliamo di internazionalizzazione delle imprese, di PMI che cercano di varcare la frontiera, è impossibile non pensare che soltanto un’azione di business comune a più paesi possa essere sufficiente per portare a compimento un progetto. Se non c’è anche un’azione strategica, un supporto di comunicazione inteso come gestione delle relazioni pubbliche, alla base di qualsiasi tipologia di progetto anche di internazionalizzione, è molto probabile (come è accaduto in tanti casi) che la PMI non ce la faccia e ci sia un flop. Purtroppo è un approccio necessariamente diverso da quello delle multinazionali che comprendono questo aspetto e hanno infatti varie figure nell’ ambito delle relazioni pubbliche, da quelle istituzionali a quelle finanziarie e non a caso navigano su livelli diversi. Questo deve essere fatto anche per strutture più piccoline, come le PMI. Il ruolo della comunicazione diventa fondamentale, perchè noi come esseri umani siamo fatti di comunicazione, ci relazioniamo attraverso lo strumento della comunicazione che poi rendiamo funzionale ai nostri obiettivi. Si deve partire facendo quattro passi indietro, prima bisogna conoscersi, cambiare le best practices parlarne tra di noi, divulgare quel che c’è nell’ area Euro Mediterranea, creando la consapevolezza, l’esigenza, la cooperazione. In tutto ciò l’aspetto della comunicazione intesa come relazione con i pubblici influenti delle organizzazioni la fa da padrone dal punto di vista strategico. Oggi è opinione diffusa che la crisi che ha colpito tutti gli aspetti dell’economia, ha penalizzato fortemente anche il lavoro di chi si occupa di comunicazione. Lei è una professionista siciliana, cosa vuol dire fare oggi questo mestiere nelle regioni del Mezzogiorno? che livello di professionalità si è raggiunto, quanti sbocchi lavorativi sono offerti ai giovani che vogliono operare in questo ambito, come ha inciso la crisi al Sud, dove già prima gli investimenti in RP erano più limitati che al Nord?Quali consigli darebbe ad un giovane che voglia intraprendere questa carriera nella sua regione? Senz’altro il colpo è stato duro, mi permetta di dire che a livello internazionale c’è stata una buona notizia perchè si è tagliato di più sulle campagne pubblicitarie e non sulle relazioni pubbliche, dato confermato da tutte le statistiche. Purtroppo da noi la percezione di quanto le RP siano strategicamente indispensabili non c’è , non so se questo dato può essere utile per capire come la nostra professione viene vista nel Mezzogiorno rispetto a ciò che accade negli altri Paesi.Ancora qui da noi le imprese tendono a dare più spazio alle campagne pubblicitarie che vanno benissimo, ma sono solo uno strumento, anche di relazioni pubbliche, non sono la funzione o lo strumento principale. C’è ancora da lavorare con gli imprenditori, con le PMI.Per i giovani partirei dalla necessità di creare una base di formazione diversa da quella attualmente presente. Le Università fanno un grandissimo lavoro, ma in onestà , visto che ho anche il polso di quello che accade come programmi presso le facoltà nostrane, ho la sensazione , se non la certezza, che scricchiolano rispetto a quanto fornito al Nord (specie nel caso di Università private molto più attente a rispondere alle esigenze formative di cui necessita la nostra professione rispetto a quelle pubbliche). Le Università del Mezzogiorno sono molto lontane da quanto potrebbero offrire rispetto ad altre Università come la stessa Cipro o la Turchia. Ecco che il ruolo di questa analisi dell’area euro mediterrane ci fa capire come altri paesi, ad esempio Israele siano molto più avanti di noi nell’ ambito delle relazioni pubbliche, nello studio del know-how.Questo ci deve far pensare, noi siamo ancora convinti di essere più avanti di altri paesi, mi dispiace dirlo, ma non lo siamo. Non so quanto i giovani ne siano consapevoli. La formazione va cambiata, le Università dovrebbero cooperare non solo con la Ferpi e con i professionisti, ma anche e soprattutto con il mondo delle imprese, visto che sono le aziende che rappresentano l’ago della bilancia perché richiedono determinate professionalità.Ai ragazzi dico di avere un pizzico in più di “curiosità”, di cercare di capire seriamente cos’è davvero questo mestiere. Di informarsi e studiare … non è possibile che ancora oggi si senta parlare di “pubbliche relazioni”, che non è solo un errore grammaticale, ma l’indice di una superficialità che va superata. Con internet, al di là di tutti i testi presenti in libreria, possono avere maggior consapevolezza di quello che questo mestiere può fornire, pretendendo programmi adeguati nelle Università dove baste-rebbe poco per offrire percorsi professionali adeguati ai ragazzi. Inoltre i giovani dovrebbero mettere il naso fuori di casa. Anche io, come tanti altri, a 18 anni lavoravo e studiavo. Il nostro è un lavoro che si impara sul campo, non basta la teoria, non bastano anni all’ Università senza avere già qualche esperienza. In Sicilia ci sono tante possibilità, il problema è che stare seduti su una sedia ad aspettare il treno che passa, non serve.Corro volentieri il rischio di risultare antipatica, ma faccio spesso questo discorso agli studenti: “Siate intraprendenti, perché il nostro è un mestiere che nessun accademico può spiegarvi correttamente. Dovete fare esperienza, la nostra categoria è a disposizione, i soci Ferpi lo sono sempre così come i tanti seri professionisti in relazioni pubbliche anche non iscritti Ferpi. E poi occhio anche ai master privati adeguati e professionalizzanti”. © Francesca Ceci
Tag:Comunicazione, ferpi
Oggi solo il 18% delle associazioni nazionali possiede un proprio house organ. Molte organizzazioni, anche a livello locale, hanno tuttavia in programma di dotarsi di questo prezioso strumento di informazione per i propri stakeholder nel giro di due o tre anni. Tra le ragioni principali di questa svolta c’è l’esigenza, sempre più sentita, di integrare le semplici newsletter cartacee o digitali con un mezzo di comunicazione più completo, coinvolgente e autorevole. Ma come si crea un house organ? Quali condizioni ne determinano la buona riuscita e quali strategie rendono un house organ uno strumento veramente utile ed efficace? Ne abbiamo parlato con Giancarlo Panico, giornalista, esperto di comunicazione e direttore della rivista “Relazioni pubbliche”, house organ della Ferpi.
D. Quali sono gli stakeholder di un’associazione professionale come la Ferpi? R. Gli stakeholder primari, innanzitutto sono i soci: l’house organ, ovviamente, è pensato per loro. Immediatamente dopo vengono i colleghi non soci e potenzialmente tali, per cui il magazine potrebbe essere un veicolo di promozione dell’associazione. portatori d’interesse a cui l’associazione si rivolge attraverso i propri media sono i responsabili e i dirigenti di altre associazioni professionali, innanzitutto della comunicazione, poi quelli di associazioni di categoria, i giornalisti, gli accademici e i ricercatori, gli studenti. D. Tra gli strumenti di comunicazione interna di un’associazione ci sono ovviamente gli house organ. Quando è necessario utilizzare uno strumento così impegnativo e quando invece è sufficiente una newsletter, un’area news sul sito o una semplice informativa cartacea’ (approfittane per spiegare le finalità di un house organ e cosa lo rende uno strumento migliore per gli obiettivi di immagine dell’associazione)? R. Sono un convinto sostenitore dei nuovi media e dei nuovi supporti attraverso cui accedere all’informazione come i tablet, gli smartphone e i cellulari che consentono di essere sempre connessi, “always on”, e di essere informati in tempo reale, mantenersi aggiornati, interagire con le proprie community. Magari, tra qualche anno, leggeremo tutti su supporti elettronici. Siamo però in un periodo di transizione, in cui solo una piccola percentuale di persone, anche nelle comunità professionali fortemente tecnologizzate come la nostra, quella dei comunicatori, utilizzano il pc per informarsi. La gran parte lo fa ancora attraverso i media tradizionali. C’è un’altra ragione che suggerisce l’uso della carta o comunque del formato tradizionale del magazine: mentre il web, una newsletter inviata tramite posta elettronica o un’applicazione per smartphone ci consentono di avere soprattutto informazione in tempo reale un giornale favorisce lo sviluppo di approfondimenti, commenti, dossier. D. Nel suo incarico di direttore del magazine “Relazioni Pubbliche”, sente la responsabilità di contribuire alla reputation della sua associazione e alla soddisfazione dei bisogni di informazioni degli associati? R. La direzione di un giornale, qualsiasi giornale, dal foglio parrocchiale al grande quotidiano, anche quelli online, una newsletter o un sito web, è sempre una grande responsabilità. Un giornale, più di ogni altra attività o azione sociale, sostiene in modo determinante la tematizzazione di una comunità o di un tema o di una professione nella comunità di riferimento. Nel caso di Ferpi in anni fondamentali per la comunicazione ed in particolare le Relazioni Pubbliche il nostro magazine ha svolto un ruolo allo stesso tempo delicato e strategico nella promozione, nella tematizzazione e nel dibattito sulla professione. D. Quali sono le maggiori difficoltà organizzative: quali risorse umane ed economiche sono necessarie? quale è il ruolo del direttore e quale quello dei collaboratori (serve l’esperienza del giornalista o basta un professionista del settore … nel suo caso un relatore pubblico)? R. La maggiore difficoltà organizzativa, nel nostro caso, è data dalle risorse umane impiegate nel confezionamento del giornale: tutti colleghi! La redazione, così come i collaboratori sono tutti autorevoli professionisti, accademici e studiosi e dunque bisogna fare i conti, costantemente, con i loro impegni che rende sempre tutto più difficile. Il ruolo del direttore, del vicedirettore e dei componenti della redazione più operativi è di coordinamento non solo editoriale ma scientifico. I temi trattati, infatti, il più delle volte richiedono competenza professionale ancor prima che editoriale. Nel caso dell’house organ Ferpi, così come di qualsiasi giornale tematico non è necessario che il direttore sia un giornalista. Se lo è, ha pratica ed esperienza giornalistiche ed è anche esperto della materia, il magazine può trarne vantaggio.D. Sempre dal punto di vista organizzativo, lei come direttore ha autonomia assoluta oppure le scelte editoriali di fondo vanno condivise con la direzione dell’associazione? R. Di fatto ho autonomia assoluta ma, per scelta, condivido sempre le scelte editoriali con il comitato esecutivo dell’Associazione di cui faccio parte, talvolta, su temi particolari mi consulto anche con i nostri colleghi più ferrati sulla materia. D. A chi si rivolge il vostro house organ? solo agli associati o è rivolto anche ad altri target importanti? R. come ho già detto l’house organ si rivolge principalmente ai soci ed è innanzitutto uno strumento di cultura, formazione, dibattito e confronto professionale. Non nascondo che gli abbiamo dato un taglio più divulgativo in modo da renderlo uno strumento utile e interessante anche per tanti altri nostri stakeholder. D. Quali caratteristiche deve avere un buon house organ per essere un efficace strumento di comunicazione? quali sono i contenuti più interessanti per i lettori? secondo la sua esperienza contano aspetti come la grafica, la multimedialità (possibilità di scaricare la versione on-line), la possibilità per i lettori di partecipare con commenti, critiche o approfondimenti? R. Un buon house organ deve avere, a mio avviso, due caratteristiche fondamentali: essere attuale ed avere una grafica gradevole. La mancanza dell’uno o dell’altro elemento possono inficiare l’interesse verso il giornale. I temi trattati devono essere di attualità, devono suscitare interesse ed essere presentati nel migliore dei modi, accompagnando con foto, preferibilmente documentative, link per approfondimenti, dando voce alle persone, presentando casi, raccontando storie professionali. L’ideale sarebbe poter disporre di applicazioni per tablet o smartphone del giornale dove ci sia integrazione tra testi, immagini, video. Il modello cui dobbiamo guardare è, senza dubbio, la Vita Nova, l’applicazione per iPad del Sole24Ore. In questo periodo di transizione la versione pdf del magazine è indispensabile anche perché può essere fruita da qualsiasi supporto. Infine un suggerimento. La domanda da farsi resta sempre la stessa: cosa si aspetta il lettore? D. Ora ci rivolgiamo all’esperto di comunica-zione. Come si comunica un house organ per accrescerne il prestigio e farlo diventare un vero “appuntamento” per il settore? R. Un magazine si comunica come qualsiasi altra attività, con gli strumenti tradizionali: banner su siti frequentati da stakeholder, richiami di articoli su siti web e/o giornali di altre associazioni, nelle newsletter e, perché no, veicolandone alcuni contenuti sui media tradizionali. Il problema non è il come, dunque, ma la strategia. L’altro consiglio è di utilizzare il giornale stesso come strumento coinvolgendo anche soggetti esterni all’associazione in modo da suscitarne l’interesse. La migliore promozione sta nella pianificazione delle attività di comunicazione del giornale attraverso la veicolazione dei suoi contenuti che rimandano all’edizione digitale. D. Come giudica il suo magazine “Relazioni Pubbliche”? è come lei lo ha pensato o ritiene che ci siano da fare dei miglioramenti per renderlo ancora più interessante?R. Abbiamo fatto un restyling di recente, in occasione del 40° anniversario di Ferpi, che è stato molto apprezzato. E’ il terzo in quattro anni ma siamo in linea con i più diffusi newsmagazine. Nella società della comunicazione, infatti, in continua e repentina evoluzione l’adeguamento di un giornale, sia nella versione cartacea che in quella online, così come per altri strumenti editoriali come il sito, una newsletter o un’applicazione, è indispensabile perché in esso il lettore deve ritrovarsi e deve ritrovare gli elementi visuali che caratterizzano il tempo in cui si vive. I miglioramenti e gli aggiustamenti devono essere continui, purchè in linea con il progetto editoriale e grafico. Per quanto riguarda il giornale Ferpi mi piacerebbe dare sempre più spazio ad immagini e elementi grafici ma spesso devo sacrificarli perché i contributi dei nostri colleghi-collaboratori sono sempre più lunghi degli spazi assegnati. © Adriano Pizzarelli
Un’analisi ci aiuta a capire come i politici utilizzano una delle opportunità messe a disposizione dalla Rete per costruire relazioni con i propri pubblici.
Ci siamo. Mentre chiudiamo questo numero di Momenti di comunicazione si parla insistentemente di elezioni … anzi si da per scontato che saremo chiamati alle urne per la prossima primavera. Per parlare di comunicazione politica ci sarebbe bisogno di un numero monografico della nostra rivista … e molto probabilmente ci sarà. Qui abbiamo solo questo spazio e vorrei usarlo per approfondire un piccolo aspetto, un particolare del modo in cui i nostri politici comunicano: i loro blog.Alzi la mano chi ricorda il primo politico di spicco ad essere “santificato” dalla stampa (che quando parla di politici si fa prendere sempre da facili entusiasmi) come il “candidato digitale”, come un assoluto innovatore del marketing politico perché portava in un ambito vissuto come immobile da sempre un aspetto nuovo … il suo sito web! Probabilmente lo ricorderanno solo i romani (ma anch’essi stenteranno ancora a crederci): si trattava di Francesco Storace che fece una campagna di affissioni in occasione della sua corsa alla Regione Lazio con manifesti tutti blu su cui campeggiava una sola scritta in bianco: www.storace.it. Pensate si era costruito un blog quando in Italia se ne contavano sulle dita di una mano … ovviamente un milione a dito! Ma si sa i nostri politici sono lungimiranti. Pensate che oggi che non fa più notizia avere un blog o diffondere un video su Youtube, il Premier è stato osannato per aver diffuso una traccia audio su Facebook. Una scelta di rottura, azzardata … l’avranno potuta sentire solo quel 70% di italiani che si affaccia timidamente da qualche anno sul social network più importante del mondo. Del resto Berlusconi è uno che ama rischiare, è il mago della comunicazione … figuriamoci gli altri.Ma torniamo alle cose serie, se è vero che ormai tutti i politici adottano le tecnologie del blog per tenersi in contatto con i propri elettori e con l’opinione pubblica, ci siamo posti una domanda che come si suol dire nasce spontanea: come lo fanno? Abbiamo fatto analizzare un po’ di siti di personaggi politici sia di primo che di secondo piano (altrimenti era un campione poco significativo) da amici giornalisti che li hanno guardati sia come professionisti che come semplici cittadini.I risultati presentano tinte in chiaroscuro … tranquilli, non faremo nomi ma solo una sintesi.Per la grafica sono tutti molto curati, anzi mediamente si presentano molto meglio di quelli di aziende ed enti. Solo pochi sembrano dei cartelloni pubblicitari incollati sul monitor con tanta colla e poco gusto. Molto forte il ricorso a video o animazioni. Ampio uso del bianco e abuso del tricolore.Dal punto di vista dei contenuti, quelli più curati sono mediamente quelli dei politici che hanno minori possibilità di esprimersi sui media e che quindi sembrano sopperire con consistenti riversamenti delle proprie attività istituzionali o dei propri commenti ai fatti di attualità politica sul loro spazio virtuale. Molto interessante il frequente collegamento alle proprie pagine o gruppi su Facebook. Salvo poche eccezioni non sembrano però dei contenuti fatti apposta per il web, altrimenti dovrebbero avere un approccio più diretto al lettore, che va a vederli perché cerca un contatto diretto con il politico che può solo ascoltare in tv senza dialogarci veramente. Oppure, come ci suggerisce uno dei nostri tester, dovrebbero essere delle “tracce che permettano grazie a link e richiami di costruire un percorso attraverso luoghi dove raccogliere dati, idee e costruirsi una opinione personale completa”. In generale, potremmo sintetizzare dicendo che i contenuti sono mediamente molto “freddi”, c’è come la sensazione di un copia e incolla fatto dal segretario di turno dei passaggi più brillanti dei discorsi del boss. Manca quasi in tutti la passione che ci aspetteremo di trovare se questi ultimi fossero coscienti di parlare direttamente a una platea di elettori … questa è forse l’immagine che dovrebbero suggerirgli i loro consulenti di comunicazione per fargli capire l’importanza del mezzo e il rispetto con cui vanno ad utilizzarlo. Sempre a proposito di interazione, manca quasi sempre la possibilità di lasciare post o commenti. Ma questo posso anche capirlo: se ci fossero spazi di partecipazione immagino quello che potrebbero scrivere gli elettori della parte avversa … o anche della loro. © GDL
Per la Rubrica Piccole Grandi Agenzie parliamo con Cristina Molinari di TALCO
D) Partiamo dalla definizione di Talco … mi sbaglio o le sta stretta la definizione di agenzia?Talco non ama le definizioni. Potrebbe chiamarsi struttura, agenzia, compagnia, ufficio e così via. Ma Talco ama fare. Ecco, Talco fabbrica comunicazione insieme ai suoi clienti e fa fronte con la massima professionalità e qualità anche a qualsiasi problematica di budget. D. Da quando esiste la sua agenzia e in quali tipologie di attività di comunicazione è specializzata?Talco nasce alla fine del 2009 dal desiderio di avere rapporti di vicinanza con i clienti, impossibili nelle grandi strutture. L’approccio di base è strategico, quello che cambia sono le teste pensanti. Infatti, a seconda delle esigenze creiamo dei team di professionisti in grado di dare soluzioni rilevanti. D. Cosa la rende unica (es. l’organizzazione, i valori, la qualità dei contatti, ecc.)?Il profumo. Il profumo del pensare con l’innocenza e l’istintività dell’infanzia come se la comunicazione fosse una pagina bianca ancora tutta da scrivere. Coltiviamo lo stupore e la meraviglia per trovare sensi diversi, per arrivare a soluzioni diverse che costituiscano fatti rilevanti per un brand. Vogliamo aiutare le aziende a proporre cose nuove e il consumatore a capirle. D. Secondo la sua esperienza, cosa rende efficace una campagna di comunicazione, quali elementi non bisogna mai scordare? Ci fa un esempio di una recente campagna che l’ha colpita positivamente?Nei casi peggiori la massiccia pianificazione. In quelli migliori, più rari, la forza del pensiero strategico che non dimentica mai il linguaggio reale del suo consumatore. Come la comunicazione Tipp bear di Tipp-Ex: funzionale al prodotto e creativa. Crea networking e parla davvero a chi deve. Chiude il cerchio. E’ geniale. D. Su quali progetti sta lavorando in questo periodo e quali risultati si attende?Con i progetti che stiamo seguendo abbiamo l’ambizione di creare valore. Abbiamo delle idee e quando non le abbiamo le cerchiamo. Ogni progetto deve contenere un nucleo forte capace di sviluppare la mentalità del brand, l’unica cosa che conta. I prodotti cambiano, i consumatori cambiano. Il linguaggio non può rimanere sempre lo stesso.D. Quali attività svolge la sua agenzia per conquistare nuovi clienti e quali strategie adotta per conservarne la fiducia e la soddisfazione?L’attività di contatto con nuovi clienti è one-to-one, l’unica che in questo settore possa far germogliare il seme della fiducia su cui si fonda la relazione. Soprattutto cerchiamo “il buon cliente”. Il buon cliente si riconosce da due caratteristiche che vanno al di là delle informazioni sul brand, del budget, del prodotto e delle conoscenze di marketing. Il buon cliente ha testa e cuore. Una testa che si muove senza cuore, o viceversa, dimezza l’orizzonte, accorcia inevitabilmente il raggio d’azione. Gli uomini corti producono pensieri corti. E comunicazioni poco interessanti. D. Quello della comunicazione è un settore dove l’innovazione e la creatività sono elementi quasi indispensabili: dal suo punto di vista, qual è la novità vera, quella che ha avuto un impatto davvero tangibile nello sviluppo della professione negli ultimi anni? E la prossima frontiera?Oggi non c’è sviluppo della professione, piuttosto ci si barcamena. Sì, c’è internet i social network i banner il viral e bla e bla ma non c’è padronanza del linguaggio e del mezzo, perché nella maggior parte dei casi non c’è ricerca, non sperimentazione, non libertà. Ci si piega ai voleri e spesso chi dovrebbe tracciare nuove strade si ritrova a fare l’esecutore di un testamento sterile. Oggi l’ebitda è il grande padrone e suo figlio è lo stallo del nostro mestiere. D. Quali sono le attività di comunicazione su cui le agenzie dovrebbero puntare per il futuro? Quelle tradizionali (ufficio stampa, eventi, ecc.) o ci sarà uno spazio maggiore per le nuove forme di relazione come il word of mouth, il social network marketing, ecc.?Paracelso sosteneva che le idee sono nascoste nel linguaggio, e il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Le nuove tecnologie, la globalizzazione, i nuovi standard stanno portando alla luce un disequilibrio profondo e complesso che non si può ignorare. Bisogna modificare quell’approccio da scambisti delle figurine ed essere partecipi nella società, conoscere la gente. Oggi non è più il consumatore che deve capire il brand, ma il brand che deve capire il consumatore e la sua vita e fare qualcosa per lui. Solo così potremo interagire. Tutto c’è e molto ci sarà, ma potrebbe non essere utile.
Sergio Bruno nuovo responsabile della comunicazione del Gruppo Toto
Dall’11 ottobre Sergio Bruno è il responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne del Gruppo Toto, società di Chieti impegnata nel campo delle concessioni autostradali e dei servizi di trasporto ferroviario, oltre a essere uno degli azionisti di riferimento della nuova Alitalia
De Martino organizzerà gli eventi di Telecom Italia
Già responsabile delle relazioni esterne di TIM Brasil, e con precedenti esperienze in Vodafone, Carlo De Martino è stato recentemente nominato Responsabile della divisione eventi di Telecom Italia.
Comune di Roma, Luigi Di Gregorio alla comunicazione Il Comune di Roma ha nominato il nuovo capo della comunicazione. Si tratta di Luigi Di Gregorio, trentacinquenne, professore di politiche pubbliche all’Università della Tuscia, coordinatore dell’area di ricerca “Nuovi diritti e politiche sociali” della Fondazione Fare Futuro. Prende il posto di Mario Schintu.
Rosanna Romano nuovo capo ufficio stampa Regione Sardegna
Giulia Angeli nuovo direttore comunicazione di Cup 2000 Spa35 anni, genovese, laureata in lingue, Giulia Angeli è il nuovo direttore della comunicazione di Cup2000 SPA, una delle maggiori società italiane di sanità elettronica con sede a Bologna, partecipata dalla Regione Emilia Romagna. Louis Vuitton: nuove nomine ufficio stampa & PR per Italia e Sud Europa Giovanna Gregori Ferrer nel ruolo di PR manager Italia e promozione di Giuseppe Sperandio nel ruolo di press relations manager per il Sud Europa: sono queste le novità all’interno dell’ufficio stampa & PR Louis Vuitton Italia e Sud Europa, con decorrenza ottobre 2010. Lo ha annunciato Benoît de Crane d’Heysselaer, general manager di Louis Vuitton Italia.
Dal Pozzo nuovo capo ufficio stampa di Terna. Già addetto stampa, prende ora il posto di Pierluigi Pica.
RAI. Marianna Borea nuovo portavoce del Direttore Generale Masi
Roberto Marsicano, nuovo marketing communication e pr manager di Posytron
Roberto Marsicano ha assunto la carica di marketing, communication e pr manager in Posytron, società di consulenza tecnologica e gestionale fondata nel 1999 da Alberto Muritano con sede a Milano e Reggio Calabria. Marsicano lascia l’incarico ricoperto dal 2007 di responsabile comunicazione in Drake, azienda milanese specializzata nello sviluppo di progetti web per il marketing e la comunicazione.
Microsoft Italia, Dal Pino direttore centrale per le relazioni istituzionali e industriali
Pier Luigi Dal Pino è stato nominato direttore centrale per le relazioni istituzionali e industriali di Microsoft Italia. Dal Pino rappresentera in questo ruolo il principale referente italiano dedicato ai rapporti istituzionali in ambito politico e regolamentare. laureato in economia e commercio e master in pubbliche relazioni europee, da oltre 9 anni è stato direttore dei rapporti istituzionali di Microsoft Italia.
Sempre più difficile il compito de Il Giornale, di Libero e di tutti gli altri quotidiani schierati più o meno apertamente con l’attuale(?) Governo. Il Premier Silvio Berlusconi riesce a rovinare (in cinque secondi) il lavoro (di settimane) del proprio Ufficio Stampa durante l’EICMA 2010 di Milano, con una battuta, che fa sussultare sulle poltrone tutti i giornalisti presenti. Il grande imbarazzo che segue è simboleggiato dal Capo Ufficio Stampa dello staff del Capo del Governo(?), che dopo essere sbiancato, inizia a cercare forsennatamente sui fogli che stringe in mano, la frase che ha appena ascoltato, ovviamente senza trovarla.Imbarazzo nel PDL. Il mondo politico insorge. E anche la stampa “amica” non riesce più a trovare giustificazioni sull’ormai dichiarata omofobia del Premier. Quali strategie mediatiche riusciranno ad elaborare i giornalisti berlusconiani per impedire al loro Capo di abbandonare Palazzo Chigi? Con quali scoop o reportage o dossier riusciranno a distrarre il popolo italiano dalle frasi dissociate del loro Capo? E gli altri giornali staranno a guardare? O anche loro risponderanno per le rime agli attacchi dei … ….zzzzzzac!!!
Il Giornale: Visto Di Pietro demolire la Scuola dei Gladiatori a Pompei. Libero: Veneto. Un contadino dichiara: “Nel mio campo c’era D’Alema che invocava gli Dei durante una strana danza della pioggia”. La Repubblica: Belpietro afferma: “Un uomo ha cercato di uccidermi. Ma è scappato dalla finestra aggrappato ad una ragnatela”. Il Fatto: “Rifiuti a Napoli. Usato Ghedini per tenere i topi lontani dalle case”. Fede: “Sarah Scazzi era la nipote di Mubarak”. TG1: “Lo zio Misseri è Mubarak”. TG5: Una prostituta: “Sono la nipote di Bersani. Me l’ha detto Fede”. Il Fatto: Mubarak: “Sono lo zio Misseri. L’ho sentito al TG1”. La Repubblica: Lo zio Misseri: “Sono Emilio Fede. Me l’ha detto una prostituta”. Ruby ai magistrati: “Berlusconi è come Mubarak per Fede”. Berlusconi: “Se Mubarak avesse le tette sarebbe Ruby”. TG1: Lo zio Misseri: “Fini è mio figlio. E mi ha chiesto i soldi per una casa all’estero”. Il Fatto: “Napoli. Ghedini balla il bunga bunga tra i rifiuti. I topi fanno il tifo”. Il Giornale: Bersani chiamato in correità da Di Pietro per i fatti di Pompei. Libero: Veneto. Il solito contadino: “La strana danza della pioggia di D’Alema era il bunga bunga”. Berlsconi: “Solo io posso far piovere in Veneto!”. TG5: La solita prostituta: “Sono finita sulla strada per non andare con Berlusconi”. TG1: “Vendola visto con Mubarak”. Il Fatto: Mubarak: “Sono il figlio di Ruby”.* © Antonio De Luca * Il presente articolo è stato scritto i primi di Novembre durante il Caso Ruby. In caso i fatti descritti si verificassero realmente, i giornali citati non potranno comunque utilizzare i titoli suggeriti a meno del pagamento dei sacrosanti diritti d’autore.
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